'Modulo Login per accedere'

  Non riesco ad accedere
Ricerca                                 Abbonamenti     Contatti
Torna alla sezione Rete Carburanti
Free

Il lato oscuro degli “scontoni”

Un sogno, forse una favola. Proviamo un secondo ad astrarci dalla contingenza: le quattro compagnie petrolifere verticalmente integrate che operano in Italia praticano prezzi praticamente identici, con la benzina a due euro al litro e il gasolio a due e venti. Lo proclamano ai quattro venti e ricevono applausi, encomi, ringraziamenti. Code alle stazioni di servizio.

Ovviamente è una provocazione, e l’eliminazione del contesto rende la descrizione distopica. Eppure sono tutti dati di realtà. La verità – ma non tutta la verità.

Ricostruiamo dunque il contesto. I prezzi dei carburanti sono schizzati sette mesi fa perché due paesi “alleati” dell’Italia hanno attaccato un terzo paese, destabilizzando i mercati petroliferi globali.

Il governo ha reagito tagliando le accise e lo ha fatto anche svuotando le tasche dei ministeri – cioè la loro capacità di azione amministrativa. Si è così raschiato il fondo del barile. Le possibilità di intervento si sono ridotte fino quasi a sparire, nonostante fosse chiaro da tempo che la piena – sui carburanti e le bollette – dovesse ancora arrivare (v. Staffetta 22/05).

Si è provato con lo sblocca-trivelle. Poi con il “numero” del bollo auto. Ma intanto i prezzi alla pompa continuavano a macinare record storici. Restava solo la tassa sugli extraprofitti, mal vista da una parte della maggioranza, dagli effetti probabilmente non immediati e problematica se applicata in un solo Paese, che lo stesso governo Meloni aveva introdotto all'inizio del suo cammino e che ora pare uscito definitivamente di scena. Tanto più dopo il secondo beau geste sulle bollette, ancor meno impegnativo finanziariamente, per Eni come per i molti che l'hanno seguita in una “guerra di sconti” solo tra virgolette, che al netto delle efficaci campagne pubblicitarie poco aggiunge a quel che sul mercato delle offerte a prezzo fisso stava già avvenendo.

Ecco allora il colpo di genio – del governo? dell’Eni? – ecco l’uovo di Colombo: il ritorno degli scontoni. Si erano visti nel 2012, con il governo Monti, dopo le manovre lacrime e sangue per uscire dalla crisi dello spread, per meno di tre mesi e solo nei fine settimana; avevano fatto capolino di nuovo la scorsa primavera, con Eni fissa dieci centesimi sotto la concorrenza, per oltre un mese.

Ora, dopo il reboante annuncio dell’Eni, si sono messe in fila le altre tre compagnie – azeri, kuwaitiani e libici – permettendo alla premier di sfoggiare le proprie credenziali internazionali.

Una soluzione win-win-win, con prezzi “bassi” da subito, prova di forza e autorevolezza del governo e di generosità e responsabilità sociale da parte delle compagnie.

C’è però almeno un “lose”: il tetto fa fuori almeno metà del mercato, tutti o quasi gli “indipendenti”, che da quelle stesse compagnie comprano a prezzo pieno e non dispongono dei polmoni finanziari e di liquidità che consentano un’apnea di un mese senza margini.

Mettendola in modo un po’ brutale, come potrebbe vederla un operatore dell’extrarete, si direbbe che con il price cap le compagnie petrolifere hanno messo sul piatto qualche centinaio di milioni di euro, incassando la benevolenza del governo e al contempo finanziando l’estromissione dei retisti indipendenti dal mercato. Una specie di razionalizzazione forzata del settore, che però interviene con “tagli lineari”, non certo selezionando i migliori. Un investimento da valutare, come tutti gli investimenti, sul costo opportunità: la tassa sugli extraprofitti che esponenti di vertice del governo avevano minacciato a più riprese.

Guardandola dall’altro verso, si può parlare dell’ennesima dimostrazione della fragilità strutturale di un settore – l’extrarete – da tempo chiamato a un salto di qualità: ancora troppo legato a un contesto di abbondanza di prodotto, probabilmente svanito per sempre, e dipendente a doppio filo dalle “mammelle” delle compagnie. Un settore che, finché il prodotto abbondava, ha investito poco in aggregazione, approvvigionamento autonomo e solidità finanziaria, e che oggi si scopre senza alternative proprio quando ne avrebbe bisogno. In questo caso parleremmo di un’accelerazione, spinta dall’emergenza, di un processo di ristrutturazione ed efficientamento atteso da anni.

Il problema è che la fetta di mercato che rischia di andare a carte quarantotto è sì, in parte, quella che ha faticato a evolversi e a strutturarsi negli ultimi anni; ma è anche, per altra parte, quella che negli ultimi anni ha garantito una certa dinamicità, esercitando una pressione al ribasso sui prezzi e svolgendo funzioni che le compagnie verticalmente integrate sembravano voler abbandonare.

Ora, la concorrenza sicuramente non va molto di moda ultimamente – basti pensare alle scarne leggi annuali attuate (per obbligo Pnrr) negli ultimi anni, a fronte di prolungamenti ad libitum e senza gara delle concessioni più diverse. E l’emergenza, si sa, fa strame di tante cose – la concorrenza e le politiche sul clima sono forse le prime due.

Ed è comprensibile che il governo guardi con fastidio qualunque cosa possa disturbare la celebrazione del successo internazionale del price cap.

Eppure il governo non può limitarsi a fare spallucce di fronte allo scardinamento di un mercato, con centinaia di piccole e medie imprese che rischiano a brevissimo di andare in dissesto. Ha tutto il diritto di rivendicare il risultato del price cap. Ma proprio perché rivendica di aver trovato una soluzione efficace a un problema difficile, deve farsi carico anche delle sue conseguenze. Il price cap è una misura emergenziale ma l’emergenza non può diventare il grimaldello con cui si modifica – senza averlo deciso e senza discuterne – l’assetto concorrenziale di un mercato.

Lo stesso vale per le compagnie. Non perché le aziende non possano fallire o abbiano diritto a esistere a prescindere. Ma chi dispone di un potere di mercato tale da determinare, sia pure temporaneamente, le condizioni alle quali una parte consistente della filiera può operare, non può trattare le proprie decisioni come una normale scelta commerciale.

Alla fine, la domanda è semplice: vogliamo che il mercato dei carburanti esca dall’emergenza più efficiente o semplicemente più concentrato? Sono due cose diverse.