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venerdì 10 aprile 2015

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di Gabriele Masini

Ecco come funzionano le frodi nella distribuzione carburanti

Cali ed evasione Iva dietro le vendite sottocosto

Rete Carburanti

Oltre al contrabbando vero e proprio, al dirottamento sul territorio nazionale di carichi formalmente diretti all'estero e alla destinazione di gasolio agevolato a usi con accisa piena, sono sempre più utilizzati altri metodi truffaldini per evadere le tasse e vendere carburanti sottocosto: sfruttando i cali, utilizzando false società di export o con le frodi carosello. Come funzionano e perché è difficile combatterle.

Il gasolio è come il denaro, non ha nome. Una volta consumato, non esiste più. E venti litri di gasolio sono poco meno di venti euro di tasse.

L'evasione fiscale ammonta a diverse decine di miliardi di euro l'anno in Italia. Una parte – sempre più consistente – riguarda il settore petrolifero. Un fenomeno che da fisiologico e marginale sta diventando endemico e strutturale. Un fenomeno che ha il subdolo effetto di far scendere i prezzi al consumo dei carburanti ma che rappresenta per lo Stato una perdita ingente (e sottovalutata) di gettito e per gli operatori onesti una concorrenza sleale e invincibile che sta mettendo sul lastrico aziende che lavorano nel rispetto delle leggi. Un fenomeno, infine, che anche le forze dell'ordine faticano a tenere sotto controllo e a reprimere, sia per una legislazione poco efficace sia per l'assenza di un coordinamento nazionale tra gli organi di controllo.

Di illegalità nel settore petrolifero si parla sempre più spesso: ai continui sequestri di prodotti di contrabbando fanno eco le denunce di Assopetroli (da ultimo la scorsa settimana, v. Staffetta 03/04) e le proteste degli addetti (operatori della rete distributiva e in extrarete) che si trovano ad affrontare una concorrenza che abbatte i prezzi oltre ogni limite, spesso grazie a una catena di comportamenti illegali.

Diversi sono i metodi truffaldini utilizzati per vendere sottocosto, approfittando da una parte della crisi dei consumi che abbassa le soglie di tolleranza al rischio, e dall'altra dell'abnorme carico fiscale sui prodotti petroliferi che solletica gli appetiti criminali con prospettive di lauti guadagni. Escludendo il “dirottamento” all'interno del territorio nazionale di merce documentalmente destinata all'estero (e che viaggia quindi in sospensione di accisa) e la destinazione di gasolio agevolato ad usi con accisa piena, i principali metodi sono: la sottrazione all'accertamento di prodotto da depositi fiscali e raffinerie sfruttando i cali, gli acquisti senza Iva di false società esportatrici e le frodi carosello.

I cali. Il primo sistema è costituito dal furto sistematico di olio minerale, effettuato eludendo i sistemi di controllo aziendali e/o con la connivenza dei gestori dei depositi. Il prodotto viene periodicamente sottratto all'accertamento fiscale in uscita dal deposito badando di non sforare la soglia rappresentata dai notevoli cali legali consentiti (proporzionali ai volumi di vendita). In tal modo gli ammanchi vengono giustificati dal calo naturale e fisiologico delle merci. Se non vieni colto in flagranza sul fatto tale procedura non è rilevabile a posteriori da nessun organo di controllo.

Il giochetto dei cali tecnici legali può essere anche applicato dal titolare di deposito fiscale che riceve prodotto con accisa in sospensione e certifica che, su un tipico carico da 30mila litri, ne mancano 150 per via dei cali di trasporto fissati nello 0,50% dell'intero carico. Calcolando poco meno di dieci carichi al giorno, mi ritrovo con mille litri di prodotto al giorno “puliti” e ufficialmente inesistenti (cali fittizi) che posso immettere subito sul mercato a beneficio di aziende di autotrasporto o titolari di punti vendita compiacenti – ben disposti, vista la concorrenza e il calo dei consumi, a correre qualche rischio. Maggiore è la movimentazione del prodotto, maggiori saranno i quantitativi “neri” che si possono ricavare. Con questi sistemi si evadono le accise. In questo momento storico risulta facile trovare gli “utilizzatori finali” compiacenti, cioè in particolare imprese di autotrasporto (in crisi di liquidità e senza credito) o punti vendita (distributori) con i totalizzatori dei litri venduti alterati, una pratica più facile di quanto si possa pensare.

False società di export. La frode consiste nell'immettere in commercio il prodotto evadendo l'Iva. Viene costituita una società “ALFA” intestata a un prestanome. La società dichiara di essere esportatrice abituale verso Paesi extra UE e deposita per questo presso l'Agenzia delle Entrate una falsa dichiarazione di intento. Nel documento si dichiara di avere fatto esportazioni nell'anno passato e di avere così maturato un credito Iva. Il credito (plafond) può essere “speso” comprando in Italia in esenzione Iva. Con questa dichiarazione posso presentarmi a un fornitore “BETA” (deposito) che mi venderà il prodotto senza l'applicazione dell'Iva. La società ALFA acquista quindi da BETA con prezzo che sarà netto dell'Iva in funzione della falsa dichiarazione di intento, di cui il fornitore (deposito) ha solo l'obbligo di verificarne il deposito presso l'Agenzia delle Entrate. ALFA cede rilevanti volumi di prodotto applicando l'Iva nei confronti dei clienti, con prezzi fortemente concorrenziali per il fatto che ho comprato senza Iva e non ha alcuna intenzione di versare l'Iva che incassa. Attraverso le forniture effettuate direttamente dal deposito fornitore i clienti ritengono che le operazioni siano perfettamente lecite, poiché documentate da DAS (emesso da un operatore conosciuto) e regolare fattura. La dichiarazione Iva per il 2015 va fatta alla fine del 2016. Ma prima di questo termine la società ALFA sparisce, il prestanome è un nullatenente e l'Erario non vede un euro di Iva. Proprio per questo il segno di riconoscimento di queste società che sorgono come dei funghi, è che nascono e spariscono in meno di due anni e sono sconosciute nel settore.

Frodi carosello. Un sodalizio criminoso crea una società intestata a un prestanome (cartiera, perché produce solo fatture). Questa compra prodotto da un paese comunitario che viaggia in sospensione di accisa e di Iva (essendo l'imposta neutra per l'acquirente nazionale). Si presenta a un deposito fiscale che presta il servizio di regolarizzazione del prodotto dal punto di vista dell'accisa ed emette il DAS nei confronti dei destinatari. La cartiera vende direttamente il gasolio o per il tramite di una società interposta definita “filtro”. Infine la cartiera dovrebbe versare l'Iva incassata al 22% (per le vendite precedenti) ma questa sparisce ancor prima di dover fare la dichiarazione all'Agenzia delle Entrate. Chiaramente il prestanome è sempre nullatenente.

In tutti questi casi, per accertare il reato e punirlo partendo dalla pompa di benzina (utilizzatore finale) che ha acquistato a prezzi inferiori a quelli di mercato e che potevano far pensare ad operazioni illecite, bisognerebbe dimostrare l'accordo del gestore o del proprietario del punto vendita con la cartiera o con la società che ha evaso l'Iva. Altrimenti l'unica cosa possibile è comminargli una sanzione per incauto acquisto, una volta verificato che il prodotto acquistato è frutto di frode. La sanzione è tuttavia talmente lieve da essere di gran lunga inferiore al guadagno che nel tempo si potuto ottenere con le vendite di merce oggetto dell'illecito traffico.

Rimedi. Uno dei metodi per far fronte a questa situazione sarebbe che il titolare del punto vendita che riceve proposte “allettanti” o poco giustificate, possa avere un referente ufficiale dell'amministrazione finanziaria che lo mette in guardia dal coinvolgimento di una possibile frode e così in tempo reale lo Stato potrebbe sradicare sul nascere il disegno criminoso.

Ora, il contrabbando vero e proprio è attività illegale dall'inizio alla fine – si parla di flussi imponenti dai paesi dell'Est Europa (anche dalla raffineria di Koper- Capodistria) con destinazione sui documenti “Spagna” o “Francia”, quando in realtà il transito italiano costituisce la meta finale. L'evasione Iva vede invece la partecipazione di soggetti che operano al limite della legalità e che pare vadano a “raggirare” i gestori dei depositi fornitori. Centrale, in tutto questo, è quindi il ruolo dei titolari di depositi, sia fiscali che, soprattutto, commerciali. La crisi può spingere ad assumere rischi e a operare in zone grigie. Anche perché la legge prevede che il titolare di un deposito fiscale possa operare fino a quando è condannato in terzo grado. Per i depositi commerciali in teoria basterebbe un'indagine penale in corso per revocare l'autorizzazione alla gestione, ma spesso le licenze non vengono ritirate per via del ruolo sociale dell'impresa nel dare lavoro.

A tutte queste difficoltà si aggiunge la mancanza di un coordinamento nazionale nello specifico settore delle accise da parte di chi deve reprimere i fenomeni illegali. Spesso le autobotti o i tir di contrabbando vengono fermati (anche occasionalmente) prima che arrivino a destino, vanificando così l'eventuale possibilità di lasciare andare i carichi e scoprire i destinatari del prodotto. Serve per questo creare un gruppo di lavoro nazionale, specializzato nella specifica materia, che faccia analisi sul fabbisogno e sui consumi effettivi finali, sulla fenomenologia delle frodi, che faccia rete e condivisione di risorse e poi agisca con efficacia sull'intero territorio nazionale. Una sorta di direzione nazionale antifrode sulle accise.

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