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venerdì 10 gennaio 2020

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Le ultime indicazioni sull'aggiornamento del libro su Mattei

Un anno fa, il 15 gennaio, la scomparsa di Giuseppe Accorinti

Copertina della terza edizione (2008)
Copertina della terza edizione (2008)

Che fine ha fatto la quarta edizione del libro di Giuseppe Accorinti sul fondatore dell'Eni? A un anno, il 15 gennaio, dalla sua scomparsa, nessuno è in grado di darci ancora una risposta certa su quando uscirà. Sappiamo che in questi mesi è stato fatto il possibile da parte della famiglia e dell'Eni per riuscire a pubblicarla, ma ancora senza successo. Al di là di tutto, fare uscire quest'opera a cui lui teneva moltissimo e a cui aveva dedicato anche gli ultimi giorni della sua esistenza sarebbe il modo migliore per ricordarlo ed onorarne la memoria. Un'opera “in progress”, come lui stesso la definiva, su cui aveva cominciato a lavorare fin dal 2010 partendo dalla terza edizione uscita nell'agosto 2008 (la prima era uscita nell'ottobre 2006). Non una semplice riedizione, ma un testo arricchito di nuovi inserimenti. Un testo, a quanto lui scriveva agli amici, “ormai ultimato, visto e rivisto, che al più sembrava richiedere solo un rilettura”. In cui aveva coinvolto l'archivio Eni e il suo custode, Lucia Nardi, con la quale aveva un confronto continuo e non semplicemente formale. A questo punto la soluzione migliore potrebbe essere quella di pubblicarlo fra due anni, all'inizio del 2022, quando in ottobre ricorreranno i 60 anni della scomparsa di Mattei e il libro di Accorinti, per le ragioni che di seguito esponiamo, potrebbe suscitare l'interesse di un vasto pubblico di lettori.

In particolare perché dovrebbe ampliare con nuovi elementi di giudizio, come ha lasciato scritto nei suoi appunti, quanto aveva riassunto brevemente sulla morte di Mattei nella terza edizione del libro (v. stralcio che di seguito pubblichiamo). In particolare sull'inchiesta avviata nel settembre 1994 e chiusa nel marzo 2003 dal giudice Vincenzo Calia, smontando la tesi dell'incidente, sostenuta sia dalla prima inchiesta dell'Aeronautica militare disposta dell'allora ministro della Difesa Giulio Andreotti e chiusa velocemente nel marzo 1963 sia da quella avviata contemporaneamente dalla Procura di Pavia e terminata nel 1966 con sentenza di “non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. Inchiesta, quella di Calia, che ha invece accertato che “l'aereo era stato sabotato”, senza però riuscire a risalire agli esecutori e ai mandanti e a giustificare l'iscrizione di singoli nomi sul registro degli indagati. E dedicando soprattutto maggiore spazio alla notizia, appena accennata nella terza edizione, del riavvio a Palermo nel 2006 delle indagini sulla scomparsa, il 16 settembre 1970, del giornalista Mauro De Mauro, e alla sentenza emessa nel giugno 2011 dalla Corte di Assise di Palermo e confermata poi in appello che, in un apposito capitolo sulla “pista Mattei”, addita in “uomini di Cosa Nostra” i mandanti del rapimento e dell'uccisione del giornalista, colpevole di aver trovato le prove dell'uccisione di Mattei (il tutto sulla base anche di quanto appurato dal giudice Calia e di una testimonianza di Tommaso Buscetta, il mafioso collaboratore di giustizia su cui lo scorso anno è uscito il film Il Traditore candidato agli Oscar).

Una sentenza, hanno scritto i giudici di Palermo, per evitare che l'ultima parola sulla fine del Presidente dell'Eni scritta dalla Magistratura Italiana sia quella invece opinabile, ma gradita a molti, del “non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. Sentenza e motivazioni che Accorinti accolse con grande soddisfazione ripromettendosi appunto di dedicare nella quarta edizione del libro molte più pagine alla tragica scomparsa di Mattei e anticipando in una email del 28 dicembre 2018 - una sorta di testamento giusto due settimane prima della scomparsa - l'intenzione di suggerire al futuro editore di aggiungere al titolo “e non fu un incidente” o, meglio, “e fu un attentato”: anche perché, aggiunse, “se uscirà sarà il primo scritto di un ex dirigente dell'Eni che parla di attentato e che non sposa la tesi dell'incidente”.

Elementi di giudizio da non dimenticare e da tramandare ai giovani, perché fanno di Mattei un “martire”, uno dei tanti e dei primi “morti di mafia” di questi decenni e ne illuminano ancora di più l'opera e la figura. Una conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, della “lucida ossessione di Accorinti” per il suo Principale e per quello che ha rappresentato nella storia del nostro Paese (v. speciale Staffetta 15/02/19). Perché lui “c'era” e ne è stato testimone. (GCA)

Una breve nota sulla scomparsa di Enrico Mattei

(stralcio dalla terza edizione, pag. 411)

“Nella primavera del 2005, il valoroso magistrato Vincenzo Calia ha definitivamente accertato, dopo circa dieci anni di nuove indagini, che il piccolo aereo che portava Mattei, il pilota Bertuzzi e il giornalista americano di “Time” Mac Hale, dalla Sicilia a Milano, cadde perché sabotato con una modesta carica di tritolo, modesta perché doveva servire a far cadere l'aereo senza che si lasciassero tracce di un attentato, conclusione supportata in sentenza da perizie tecniche indiscutibili.

Come mai è stata riaperta l'indagine nel 1995, ben trentatré anni dopo la morte? Lo fu per una vera causalità. Alla chiusura dell'indagine la magistratura aveva restituito all'Eni tutti i pezzi dell'aereo recuperati. I materiali furono avviati alla rottamazione e chissà perchè invece non interrati nel campo di Bascapè che pure la Snam acquistò qualche giorno dopo la caduta dell'aereo? Sembrava esclusa per sempre la possibilità che in una nuova eventuale indagine, condotta con strumenti più sofisticati al tempo non disponibili, si potesse cercare la vera causa di quello che era stato etichettato come un incidente. Si rassegnarono anche i molti di noi che in azienda, da subito, senza disporre di alcun elemento concreto ma solo a sensazione, avevamo sempre pensato che si fosse trattato di un attentato. Non c'è dubbio, e recentemente lo ha ribadito anche Giorgio Ruffolo, che Enrico Mattei moriva proprio nel momento più favorevole per i suoi tanti nemici.

Di conseguenza il silenzio sembrava definitivo malgrado gli interrogativi posti nel 1972, dieci anni dopo la morte, dal bellissimo film, e quanto mai presago (si è visto poi), di Francesco Rosi “Il caso Mattei” che si concludeva nelle sale cinematografiche (c'erano ragazzi seduti per terra, cosa che allora non usava), con un grande applauso.

Però, uno dei collaboratori Agip che quella notte era accorso a Bascapè, e che si era portato via, come souvenir, un pezzo dell'aereo del diametro di una trentina di centimetri e che se lo era tenuto in casa per tutti quegli anni, ascoltò il consiglio di un suo amico che gli suggerì di far analizzare il rottame dal Politecnico di Torino perché - gli disse - “come c'è la tac per le persone ci sarà anche la tac per i materiali...”

A Torino emisero il verdetto tecnico che il materiale era collassato per una esplosione. Il piccolo relitto fu portato al Magistrato Vincenzo Calia che, fatta ripetere l'analisi con analogo risultato, dispose anche la riesumazione dei cadaveri, mai effettuata in precedenza e nella circostanza si è scoperto che nella tomba di Mattei cerano tre gambe di cui almeno una apparteneva al giornalista Usa (era molto alto anche lui). Tutti parlavano di tre cadaveri ridotti in molti pezzi.

Io ero in Mali e non feci a tempo a rientrare nemmeno per il funerale: i miei amici Rino Pachetti (che era una delle sue guardie del corpo, medaglia d'oro partigiana) e Carlo Squeri che abitava a San Donato, alla notizia della Tv erano accorsi a Bascapè e avevano subito raccontato che i pezzi dei cadaveri venivano raccolti nei secchi del contadino proprietario del terreno in cui cadde l'aereo, e in alcune federe di cuscino fatte venire di gran fretta dalla Snam di San Donato insieme a alcuni lenzuoli. E perchè federe? Non certo per appoggiare il capo dei cadaveri, ma per raccoglierne i resti. Al riguardo, Pachetti mi ha sempre detto che “nella cassa di Enrico” (gli dava del “tu” dalla lotta partigiana) “di sicuro c'è solo la mano con l'anello della madre”. L'esame delle ossa avvenuto in occasione della nuova indagine, che aveva appunto richiesto la riesumazione del corpo di Mattei, ha mostrato le tracce di piccoli frammenti di materiale metallico. Ad analoghe conclusioni è giunto il metallografo torinese Firrao analizzando il famoso anello della madre che portava sempre con sé.

Nell'indagine il magistrato accertò che all'Eni, dopo le minacce Oas, erano operativi due aerei Maurane Saulnier identici; il piccolo aereo di Mattei, a tre posti, era usato in Francia per l'addestramento dei piloti da caccia proprio per la sua grande velocità e maneggevolezza, il che consentiva a Mattei quella grande facilità di spostamenti che fu una delle costanti del Suo modo di lavorare in Italia e nel mondo. La circostanza dell'operatività dei due Maurane Saulnier fu documentata sia dagli interrogatori ai dirigenti francesi della Maurane Saulnier che esibirono al magistrato Calia persino le due fatture pagate dall'Eni, sia dal ritrovamento da parte del giudice degli originali di due rifornimenti di. oltre 700 litri ciascuno (di fatto due riempimenti) fatti dal Deposito Agip di Catania a due diversi aerei Eni nei due giorni in cui Mattei era in Sicilia, ciò a conferma della circostanza che entrambi erano presenti in Sicilia negli ultimi giorni di vita del Presidente Eni. Enrico Mattei ripartì dunque il 27 ottobre da Catania con un aeromobile (già predisposto per il sabotaggio? chissà?) diverso da quello con cui era arrivato: e la cosa non insospettì in alcun modo neppure il pilota Irnerio Bertuzzi - un “grande” che nella IIA guerra mondiale violò anche la base di Gibilterra - appunto perché sembrò una normale misura di sicurezza.

Nel 2002 fui invitato al Goethe Institute di Roma alla presentazione di un film per la tv intitolato “Processo al silenzio - Il mistero della morte di Enrico Mattei” co-prodotto dalle televisioni Tedesca e della Svizzera Italiana per la regia di Bernhard Pfletschinger e Claus Bredenbrock; il bel filmato, seguito nell'ampia sala da un grande silenzio, ripercorreva in gran parte il prezioso lavoro del giudice Calia. Nel film si vide persino la copia dell'atto di vendita, nel febbraio del 1963 - 4 mesi dopo la morte di Mattei, da parte della Snam, proprietaria degli aerei della flotta Eni -, del secondo Maurane Saulnier a un cliente americano. Gli autori, con l'aiuto del costruttore francese, riuscirono alla fine degli anni ‘90 a trovare a Montecarlo un velivolo dello stesso tipo ancora in attività e persino a individuare il punto in cui la modesta carica di tritolo sarebbe stata introdotta dall'esterno. Una modesta carica di tritolo? Sì, modesta, perché la caduta dell'aereo non sembrasse dovuta a un sabotaggio, ma comunque sufficiente. Al termine della proiezione parlai con il regista e gli contestai essenzialmente due cose: la ricostruzione dei due aerei uguali, convinto che, avendo lavorato negli anni ‘60 per 6 anni alla Snam a San Donato Milanese, avrei dovuto almeno averne sentito parlare; affermai inoltre che la fotocopia dell'atto di vendita con la firma del Presidente Snam non mi sembrava una prova decisiva data la facilità con cui si potevano realizzare dei fotomontaggi. Lui insistette, e allora, tornato a casa, chiamai un “grande” della Snam già “capo” ai tempi di Mattei, il quale mi confermò entrambe le ricostruzioni del film, precisando che il tipo di firma nell'atto di vendita era dovuto al fatto che l'aereo era un bene mobile registrato e, come tale, non poteva essere dismesso secondo le normali prassi Snam.

Questa storia, “scoperta” quasi 40 anni dopo la morte di Mattei, mi causò e mi causa ancora un certo turbamento nonostante, in verità, non ci sia stata sorpresa alcuna perché, senza avere alcuna prova, alla sua morte Mattei molti di noi non vollero credere all'incidente causato dal maltempo.

Nella primavera del 2005, il giudice Calia, dopo avere documentato tecnicamente e quindi accertato definitivamente e con grande scrupolo che fu un attentato fu anche “costretto” a chiudere l'indagine per la parte riferita agli esecutori e ai mandanti non essendo riuscito in alcun modo a risalire agli stessi.

L'auspicio è che, proprio per una più giusta collocazione di Enrico Mattei nella storia del nostro Paese, nel tempo qualcuno che sa agevoli il lavoro degli storici parlando o lasciando scritta qualche utile testimonianza. La magistratura e il giudice Vincenzo Calia hanno fatto già tanto, ed è per questo che tutti noi “che c'eravamo” all'Eni di allora ringraziamo di cuore il coraggioso magistrato e gli riconosciamo anche il grande merito di avere gestito questa indagine così difficile con grande professionalità e soprattutto con rara e apprezzata discrezione.

Nel giugno 2006 è stata riaperta a Palermo, sulla base del lavoro fatto a Pavia e su una testimonianza del mafioso Buscetta, l'indagine della morte del giornalista De Mauro che improvvisamente scomparve nel nulla mentre stava svolgendo una ricerca sugli ultimi giorni di Mattei in Sicilia per conto del regista Francesco Rosi. Per la verità sembra anche che De Mauro seguisse altre indagini delicate tipo il cosiddetto “Golpe Borghese”. Chissà che non ne venga fuori qualcosa.

Proprio in questi giorni ho scoperto di avere in casa una cassetta in cui è registrata la puntata del 28 febbraio 1996 del programma di Radio Uno Rai “La nostra Repubblica”, intitolata “Il caso Mattei”. Raffaello Uboldi, giornalista Rai e uno dei curatori della trasmissione, allora corrispondente a Mosca de “Il Giorno”, ricordava di avere accompagnato Italo Pietra, Direttore de “Il Giorno”, da Nikita Krushov dal quale aveva ottenuto un'intervista, poco tempo dopo la morte di Mattei, tramite l'intervento di Giancarlo Pajetta della Direzione del Pci. Come si usava fare a quei tempi erano state scambiate preventivamente domande e risposte per iscritto; poi i due giornalisti, un interprete e Zamiati dell'ufficio stampa del Ministero degli esteri, si incontrarono al Cremlino, nell'ufficio del Presidente Krushov per parlare di vari problemi. Racconta in trasmissione Uboldi: “A un certo punto Krushov disse ‘è morto da poco un nostro caro amico: Mattei' e aggiunse ‘è stato ucciso'. Pietra rispose: ‘Ma guardi, Signor Presidente, l'inchiesta sta dimostrando il contrario'. Poi ci fu una pausa. A quel punto Uboldi domandò: ‘Gaspadin Presidente può ripetere quanto ha detto?' Allora Krushov battè un pugno sul tavolo e disse ‘è stato ucciso, noi lo avevamo avvertito di quello che si stava preparando contro di lui, ma non ci ha dato retta'. Batté un'altra volta un pugno sul tavolo e insistette con tono estremamente deciso ‘è stato ucciso'. Se potessi dare un suggerimento agli inquirenti che si stanno nuovamente occupando del caso Mattei” è ancora Uboldi che parla “suggerirei di andare a vedere anche negli uffici del KGB.” Chissà se è stato fatto?”

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