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Sì, nel mio giardino

Dopo aver bussato. Con i piedi

Un’informazione “sempre puntuale e basata su dati verificati, che approfondisce quotidianamente tematiche energetiche e relative alla gestione rifiuti, illustrando le sfide che attendono il nostro Paese”. È la motivazione che accompagna il conferimento a Staffetta Quotidiana del premio Pimby per la sezione “Comunicazione e Giornalismo”. Il riconoscimento è nato nel 2019 (v. Staffetta 28/02/19) ed è promosso da Assoambiente, l’associazione che rappresenta le imprese che operano nel settore dell’igiene urbana, riciclo, recupero, economia circolare, smaltimento rifiuti e bonifiche.

Un riconoscimento importante, reso possibile anche dall’indipendenza della testata, da più di 93 anni controllata dalla famiglia Cozzi-Borromeo, che non ha interessi nel settore e ha sempre garantito totale libertà di azione alla redazione. Indipendenza, ovviamente, garantita dalla sempre maggiore diversificazione della platea di lettori, dal petrolio al gas, dall’energia elettrica alle rinnovabili, dal servizio idrico all’economia circolare. Una diversificazione che impone alla redazione di dare conto a tutti i lettori del lavoro svolto e di ampliare costantemente il raggio d’azione, ma che consente al contempo di non avere “zone franche” o mercati delle vacche in cui scambiare favori con questo o quell’interesse particolare.

Ma il riconoscimento è particolarmente apprezzato per la sua stessa “ragione sociale”: il “pimby”, la necessità cioè che i territori siano pienamente coinvolti nella realizzazione di infrastrutture e nel dispiegamento della transizione, perché questa avvenga nei tempi stringenti imposti dalla crisi climatica.

Tema che da anni la Staffetta cerca di portare al centro del dibattito, più della necessità di semplificazioni o incentivi – questioni che non hanno bisogno di ulteriore spinta. Questa settimana, in particolare, il tema ha riguardato eolico e fotovoltaico, con il deflagrare tra l’altro del conflitto tra ambientalisti in merito al progetto eolico di Orvieto.

Aree idonee, non idonee, neutre, di accelerazione: possiamo dire che il legislatore le ha tentate più o meno tutte, per velocizzare la transizione. Abbiamo visto azioni e reazioni, abbiamo visto furiosi scontri ideologici, abbiamo visto contraddizioni politiche tra schieramenti, all’interno degli schieramenti, tra diversi livelli di governo, ambientalisti contro ambientalisti.

Possiamo dire di aver capito che vincere la lotta all’ultimo emendamento è una vittoria di Pirro: anche quando sembra funzionare, fa morti e feriti e soprattutto prima o poi presenta il conto. E forse possiamo fare un passo in più: la gestione della transizione vale più dell’accelerazione. O meglio: gestire è il modo più sicuro di accelerare, come suggerisce oggi anche Dario Di Santo.

Ci sono ancora colli di bottiglia amministrativi, c’è un sottodimensionamento delle amministrazioni (soprattutto locali), ci sono norme migliorabili e ci sono sicuramente interessi contrari, oltre al particolarismo in sé. Tutte questioni che riguardano più l’eolico che il fotovoltaico. E, certo, più progetti autorizzati ci sono, maggiore sarà la concorrenza e quindi minori i costi e più efficienti le aste. Ma evidentemente non si è ancora trovato il metodo per far accettare gli impianti, forse perché l’attenzione non è mai stata concentrata sul punto.

Ultimamente si è affacciata nel dibattito la soluzione del prezzo zonale. Soluzione bislacca che ha più contro che pro e rischia di generare ulteriore confusione, allontanando dal baricentro. Tra i prezzi zonali e la rotatoria (o la panchina) c’è una prateria da esplorare per far sì che i territori percepiscano il vantaggio di ospitare impianti: portare benefici tangibili, ridurre le bollette, un impatto occupazionale significativo. Anche perché vagheggiare soluzioni che riguardano il Titolo V è piuttosto problematico, se non altro perché politicamente il referendum costituzionale non sembra portare grande fortuna, da qualche tempo a questa parte – anche se la questione delle regioni e delle competenze esiste.

È quanto mai necessario e urgente tematizzare il radicale cambiamento di approccio nell’uso del territorio che la transizione determina, spogliando la questione di connotazioni “morali”. Non è più accettabile dare per scontato che siccome c’è la crisi climatica, siccome ci sono gli obiettivi di Parigi, siccome ci sono i target europei, allora gli impianti vanno fatti, punto e basta. Non funziona per il fotovoltaico, non funziona a maggior ragione per l’eolico, figuriamoci per i “piccoli” reattori modulari o per la fusione. L’approccio dello “zero virgola” è insensato: dire che basta lo 0,5% del territorio per raggiungere gli obiettivi vuol dire non aver capito quanto politico – e non ragionieristico – sia questo passaggio, questo cambiamento nella struttura produttiva dell’energia in Italia.

Allora: sì, nel mio giardino, ma dopo aver bussato. Con i piedi.