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di G.M.

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A che punto è la crisi energetica globale secondo Vitol-Saras

Il punto del presidente di Saras Clive Christison al convegno a Cagliari. Il gap di capacità di raffinazione, i tempi per il ritorno alla normalità e perché l’impatto sui prezzi è stato “limitato”

Si è tenuto questa mattina a Cagliari un convegno organizzato da Saras sul ruolo della società per la sicurezza energetica del Paese e della Sardegna. Riportiamo di seguito le osservazioni del presidente di Saras, Clive Christison, in apertura del convegno, sul contesto globale, lo stato della crisi e i tempi di recupero.

Crediamo fortemente nel concetto di mix energetico. Per Saras, in particolare, abbiamo una visione molto forte sulla raffinazione: crediamo nella raffinazione. Saras è stata un’acquisizione molto importante per Vitol. L’asset e l’azienda sono di scala mondiale, cosa fondamentale oggi, perché il mercato non è più solo italiano ma globale, e questa è una dinamica essenziale per poter competere. Apprezziamo molto la scala e la flessibilità della raffineria: può lavorare molti tipi diversi di greggio e produrre vari prodotti, non solo per la Sardegna e l’Italia, ma anche per la domanda globale. È inoltre ben posizionata per accedere ai mercati del Mediterraneo e globali, grazie a un grande porto e a una buona integrazione con le attività globali del gruppo. È molto importante anche per la Sardegna e per l’Italia, sia in termini di sicurezza energetica (idrocarburi e prodotti) sia per la produzione di energia. Inoltre, apprezziamo la diversificazione del business: Saras non è solo raffinazione, ma anche energia eolica, con una significativa produzione attuale e un portafoglio di sviluppo futuro molto interessante.

Vitol ha oggi circa 60 anni. È una grande società privata globale che opera in tutti i mercati energetici: petrolio, gas, Gnl, energia elettrica, CO2 e metalli. Movimenta circa il 10% della domanda energetica mondiale, pari a circa 550 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio all’anno. Si occupa sia di trading (fornendo energia ai clienti in tutto il mondo), sia di analisi dei mercati energetici (domanda e offerta), sia di investimenti nel settore energetico. Ha circa 15-16 miliardi di dollari investiti in aziende energetiche, dalla produzione di petrolio e gas fino alle tecnologie per batterie.

Prima del conflitto, il Medio Oriente era una fonte cruciale di energia globale: circa 14 milioni di barili/giorno di petrolio, circa 3,5 milioni di barili/giorno di prodotti raffinati, circa 85 milioni di tonnellate/anno di Gnl. In totale circa il 20% dell’energia mondiale. Con il conflitto, queste forniture si sono ridotte drasticamente, soprattutto a causa delle difficoltà di transito nello Stretto di Hormuz. Parte dei flussi è stata deviata verso il Mar Rosso tramite Arabia Saudita e Fujairah.

Non è ancora chiara l’estensione dei danni alle raffinerie e agli impianti di produzione di gas. I flussi di greggio sono ora a circa 3 milioni di barili al giorno, saliti a 5 negli ultimi giorni. Quanto ai prodotti, siamo a 1,5 mln b/g. Le scorte globali di benzina sono ai minimi storici, stesso discorso per la nafta, per il diesel un po’ meno.

L’impatto sui prezzi è stato minore di quanto molti si aspettavano perché i problemi si sono avuti per lo più in “non pricing centers”, cioè lontano dalle piazze in cui si effettuano le rilevazioni, Rotterdam, New York, Singapore. C’erano inoltre molte scorte galleggianti. Ma l’elemento più importante è stato la Cina che ha smesso quasi di importare greggio, passando da un giorno all’altro da 11-12 mln b/g a 5-6 mln b/g, facendo ricorso a scorte commerciali e strategiche e adottando misure di riduzione della domanda, soprattutto delle raffinerie e dei trasporti.

C’è stata poi una distruzione di domanda soprattutto in Asia, Africa e Medio Oriente, meno in Europa, soprattutto di diesel e jet fuel.

Sul tempo che servirà per tornare alla normalità, la stampa è molto ottimista, forse un po’ troppo. Dobbiamo vedere quante navi escono e quante entreranno dallo stretto, non è ancora chiara l’entità dei danni. Serviranno 4-5 mesi per tornare ai livelli pre-conflitto, se lo stretto riapre a luglio ci arriveremo alla fine dell’anno. Dipende da quanto presto riaprirà lo stretto e dall’entità dei danni.

Per la capacità di raffinazione servirà un po’ più di tempo, dovranno essere valutati i danni in Kuwait, Qatar, meno in Arabia Saudita e Oman. All’inizio del 2027 potremo tornare alla normalità se i danni non sono troppo drastici. E nel frattempo tornerà online una capacità di 2,5 mln b/g dall’Asia.

Anche l’impatto sul Pil globale è stato inferiore a quanto atteso.

La ripresa della domanda sarà paragonabile a quella che si è vista dopo la pandemia Covid, come rapidità ed entità.

Un approfondimento sull’energia elettrica. La crescita della domanda globale ha determinato un raddoppio della capacità in 25 anni. Per Stati Uniti ed Europa è sempre più duro competere nelle tecnologie fotovoltaiche. La Cina ha circa 1.200 GW di capacità solare installata e una leadership globale per costi e produzione. Pechino esporta tecnologia solare nel mondo. Discorso analogo per la mobilità elettrica. Il petrolio sarà ancora a lungo dominante nei trasporti. Nel settore delle auto, in Cina la diffusione delle Bev ha determinato un calo della domanda petrolifera di 1,3 mln b/g, in Europa di 0,5 mln b/g. Anche qui la Cina è diventata esportatrice di tecnologie, e Usa e UE dovranno prendere delle decisioni fondamentali: quanto acquisteranno dalla Cina, quanto proveranno a competere, quanto proteggeranno la produzione domestica? Questa sarà una questione cruciale per Usa e UE.

Uno spunto anche sul picco della domanda petrolifera, previsto al 2035-40. La data precisa dipenderà da molte cose, la crescita sarà concentrata soprattutto in Asia, Africa e Medio Oriente e riguarderà soprattutto jet fuel e benzina, oltre ai natural gas liquids per la chimica.

La capacità di raffinazione al 2035 è prevista in crescita di un mln b/g, con una crescita in Cina e Medio Oriente, con un’incognita sul potenziamento dell’impianto Dangote in Nigeria dal 2031-32. Complessivamente, al 2030 Vitol prevede a livello globale un deficit di 4,5 mln b/g di prodotti raffinati. I biocarburanti potranno coprire 1,3 mln b/g, i Ngl Usa un'altra quota, ma rimarrà comunque un gap di 1,2-1,3 mln b/g di prodotti.

La crisi avrà comunque effetti strutturali a lungo termine: più investimenti in stoccaggio, nuovi oleodotti alternativi allo Stretto di Hormuz, impatti economici regionali ancora da valutare.